- E va bene, Ror... Va bene, Walter. Oggi pomeriggio voglio riprendere da dove ci siamo interrotti. Dopo l'omicidio di Kitty Genovese, hai deciso di riversare la tua ostilità sui criminali. Ti sei fatto una maschera, hai deciso di diventare Rorschach e...
- Non dire idiozie. Allora non ero Rorschach. Ero soltanto Kovacs. Kovacs che fingeva di essere Rorschach. Per essere Rorschach ci vuole una nuova consapevolezza. Prima pensavo di essere Rorschach. Ero ingenuo. Giovane. Debole.-Debole in che senso?
-Contro i criminali. Troppo giovane per capirlo. Li viziavo. Li lasciavo vivi.
-Questo al contrario di Mr. Jacobi e degli altri omicidi di cui sei accusato. Il tuo dossier non riporta episodi gravi di violenza contro i criminali prima del 1975...
- Appunto. Debole. Non avevo capito qual era la posta in gioco. Tutti noi... Io, i miei amici... Tutti deboli.
- Hai degli amici?
- Kovacs li aveva. Altri uomini mascherati. Kovacs era solo questo. Un uomo mascherato. Non era Rorschach. Non lo era per niente. Nel 1965 io e Nite Owl mettiamo dentro le bande di strada. Arrestiamo il pezzo grosso. Sgominiamo Underboss. Bella squadra. Poi lui è diventato debole come gli altri. Poi lui ha mollato. Nessuna resistenza. Nessuno di loro ne aveva. Tranne il Comico. Lo conosco nel 1966. Forte personalità. Non gli importa di piacere. Non fa compromessi. Lo ammiro per questo. Tra tutti, è l'unico che capisce. Il mondo. La gente. La società e quello che succede. Cose che tutti sanno ma hanno troppa paura per affrontare, troppa educazione per discutere. Lui capisce. Capisce gli orrori di cui è capace l'uomo e non molla. Vede le tenebre sordide del mondo e non si arrende. Chi vede tutto questo non può voltare le spalle, fingere che non esista. Neanche se gli ordinano di distogliere lo sguardo. Non facciamo questo lavoro perché è permesso. Lo facciamo perché dobbiamo. Lo facciamo perché siamo costretti.
(...)
Ma non ha mai rivelato cosa lo costringe. La sua infanzia, sua madre o Kitty Genovese hanno solo amplificato la sua reazione all'ingiustizia del mondo. Non lo hanno sconvolto. Non lo hanno tramutato in Rorschach. E' come se i continui contatti con individui feroci lo abbiano trasformato in qualcosa di ben più feroce, qualcosa di ben peggiore. Se solo riuscissi a convincerlo che la vita non è così. Che il mondo non è così. Sono sicuro che non sia così.
(...)
Oggi mi ha raccontato tutto.
- Buongiorno, Rorschach. Come stai oggi?
- In prigione. tu?
- Ah... benone. Sto benone. Pensavo di riprovare con il test delle macchie. Che ne dici, mi fai un favore e guardi questa?
- L'ho già vista.
- Lo so. Ma... ah... Forse l'ultima volta ti sei un po' trattenuto e volevo riprovare. Forza. Dimmi quello che vedi davvero.
- Un cane. Un cane con la testa spaccata a metà.
- Ca... Capisco. E, ah, cosa ha spaccato, ah, spaccato la testa del cane? A metà.
- Io. 1975. Un rapimento. Forse ricordi. Blaire Roche. Sei anni. I rapitori pensano che sia legata alle industrie farmaceutiche Roche. Errore madornale. Il padre è autista di bus. Sempre al verde. I giorni passano lenti. Nessuna notizia dei rapitori. Penso alla bambina, maltrattata, spaventata. Non mi va giù. Motivi personali. Decido di intervenire. Prometto ai genitori di riportarla a casa senza un graffio. Vado nei bar frequentati dalla mala e inizio a pestare gli avventori. Ne mando quattordici in ospedale inutilmente. Il quindicesimo mi dà un indirizzo. Una sartoria abbandonata di Brooklyn. Brutta zona. Puzza di intonaco umido e materassi sporchi. Arrivo all'imbrunire, le luci sono spente. Un rumore viene dal giardino incolto sul retro. Cani da attacco. Due pastori tedeschi, litigano per un osso. Non mi danno retta. Ma decido di non usare l'entrata sul retro. Entro dalla porta davanti, come una persona rispettabile.
L'urto dell'impatto corre su per il mio braccio. Uno schizzo di schizzo caldo come da un rubinetto mi cosparge il petto. E' Kovacs che dice "mamma", con la voce attutita dal lattice. E' Kovacs che chiude gli occhi.
E' Rorschach che li riapre.
A detta del mio informatore, il locale è in mano a un certo Gerald Grice. Quando sono arrivato era andato a bere. Tornato alla sartoria alle dieci e quarantacinque. Si è fatto buio. Mai tanto buio. (...)
Resto in strada a guardare l'incendio. Immagino torsi senza arti, petti carbonizzati, stomaci che si consumano e avvampano uno per uno. Resto a guardare per un'ora. Nessuno esce. Resto alla luce del fuoco, soffocato. La macchia di sangue sul mio petto ricorda la mappa di un nuovo continente di violenza. Mi sento purificato. Sento che sotto i miei piedi ruota un pianeta oscuro e capisco quello che sanno i gatti quando la notte strillano come neonati. Guardo il cielo attraverso il fumo impregnato di grasso umano e Dio non c'è. Quella tenebra gelida e soffocante è infinita e noi siamo soli. Viviamo perché non abbiamo niente di meglio da fare. Solo dopo attribuiamo alla vita un motivo. Nasciamo dal nulla. Diamo alla luce figli destinati all'inferno quanto noi. Torniamo al nulla. Non c'è altro. L'esistenza è casuale. Non ha un disegno se non quello che immaginiamo dopo averla fissata troppo a lungo. Non ha un senso tranne quello che decidiamo di imporle. Non sono vaghe forze metafisiche ad assegnare una forma a questo mondo senza direzione. Non è Dio a uccidere i bambini. Non è il fato a massacrarli o il destino a darli in pasto ai cani. Siamo noi. Noi soltanto. Le strade puzzano a causa dell'incendio. Il vuoto mi soffia forte sul cuore. Muta in ghiaccio le mie illusioni e le frantuma. Allora rinasco, libero di scarabocchiare il mio disegno su questo mondo senza morale. Sono Rorschach.
Ho risposto alla tua domanda, Dottore?
(...)
Perché litighiamo? La vita è talmente fragile, un virus tenace che si aggrappa a un granello di fango sospeso in un nulla senza fine. Forse la settimana prossima dovrò avvolgerla nei sacchi dell'immondizia e portarla all'aperto dove sarà raccolta. Sono rimasto sul letto. Ho fissato la macchia di Rorschach. Ho provato a far finta che mi ricordasse un albero dai rami estesi e la sua grande ombra. Ma non era vero. Mi ricordava invece un gatto morto che ho visto una volta, pieno di vermi grassi e lucenti che si contorcevano e si agitavano, che scavavano frenetici per allontanarsi dalla luce. Ma anche questo significava evitare il vero orrore. E l'orrore è questo: alla fine, questa è solo una figura di un nero vuoto e privo di significato. Siamo soli. Non c'è altro.
"Chi lotta con i mostri deve guardarsi di non diventare, così facendo, un mostro. E se tu scruterai a lungo in un abisso, anche l'abisso scruterà dentro di te"
Friederich Wilhelm Nietzsche
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Originally published by DC Comics in the U.S. as Watchmen 6 (1986)