(tratto dalle mie riflessioni di oggi durante l'n-esimo viaggio)
Ora che ho salutato tutte le persone per me più importanti, sento uno strano semisilenzio. E' l'ovattamento tipico del treno in galleria o dell'aereo che decolla. Ogni volta la stessa storia. Dopo aver pianto per un tempo che pare eterno, parti e ti si ottenebra il cervello. Il tuo carnefice, il treno che ti sta strappando dal tuo bene, è lo stesso medico che ti anestetizza per impedirti di ripensarci, di cambiare rotta. Lotto per tenermi in vita, rotta. I rumori delle rotaie, il vociferare degli altri passeggeri, le loro suonerie indecenti sembrano suoni lontani, un eco da un'altra dimensione. Sono in un limbo. Casa è un ricordo antico, le mie pupille sempre più strette. Per non vedere la fine che farò. Sopprimi il dolore, non pensare più, non sentire, non piangere. Ho gli occhi asciutti, bruciano forte e vorrei strapparmeli via. Il treno mi inghiotte nel buio. Non vedo più.
Il sole di oggi è una drammatica presa per il culo. Le nuvole sono nere e promettono copiosa acqua, la promessa è una minaccia di rompermi le ossa con lacrime di pioggia a stridermi sulla pelle, per poi ripulire il sangue con lo stesso pianto acido. E' un'attesa tremenda. L'umido sta lì ad accarezzarti, ti entra dentro piano. Si appiccica ai miei pensieri, sento di soffocare. E il sole, quel bastardo, sta lì. A prendersi gioco di te, con quel suo unico raggio che spicca tra le nubi. Giusto per tenerti in vita, il sadico! E' sicuramente in combutta col treno.
Non mi avrete mai.